Gli sport che comportano meno rischi di contagio

ULTIMO AGGIORNAMENTO 17:05
Sport
(bigstockphoto/Freebird7977)

Secondo un rapporto del Politecnico di Torino presentato al Ministero dello Sport e citato da diversi giornali sportivi sarebbe possibile praticare alcuni sport in condizioni di maggiore sicurezza rispetto ad altri. L’analisi segue una lunga consultazione con le Federazioni Sportive Nazionali e i vari enti di promozione delle discipline sportive. L’obiettivo è quello di individuare e soppesare i diversi fattori di rischio di 387 sport considerati e ipotizzare un contesto in cui sia eventualmente possibile praticarli senza snaturare il gioco.

La considerazione generale su cui analisti e osservatori concordano è che la distinzione tra sport individuali e sport e di squadra non è l’unica rilevante e non è quindi l’unica da tenere in conto. Alle Federazioni coinvolte, scrive il Corriere dello Sport, è stato chiesto di riferire un fattore di rischio – in una scala da uno a quattro – relativo ad alcuni aspetti specifici presi in considerazione.

Un aspetto è per esempio quello della vicinanza tra gli atleti in azione, ma c’è anche quello delle dimensioni delle strutture e degli spogliatoi. E per ogni sport esistono ambienti e contesti differenti, rispetto ai quali i fattori di rischi cambiano ulteriormente. Un conto, per esempio, è il sito destinato all’allenamento e un conto è il campo della struttura pubblica nel giorno dell’evento.

Cosa si dice del calcio

Nel rapporto del Politecnico di Torino, intitolato “Lo sport riparte in sicurezza”, il calcio non presenta mai un rischio 4, il più alto in assoluto, in nessuno degli aspetti presi in considerazione. Scacchi o scherma da questo punto di vista sono ritenuti sport più rischiosi. Su indicazione degli esperti un eventuale contesto di ripresa del calcio sarebbe comunque soggetto all’applicazione di un protocollo di sicurezza molto dettagliato. Due giorni prima delle partite tutti gli atleti dovrebbero fare il test del tampone. L’uso della mascherina sarebbe obbligatorio in quasi tutte le fasi, anche in panchina, tranne che in fase di piena attività in campo.

In ogni caso le società dovrebbero provvedere alla sanificazione degli ambienti e favorire qualsiasi misura utile a mantenere le distanze interpersonali tra gli atleti in allenamento. Quelle stesse distanze variano a seconda delle circostanze. Nel rapporto è citato uno studio che valuterebbe la persistenza delle secrezioni sotto forma di goccioline (“droplets”) tra gli atleti che si allenano in scia. In questo caso la distanza interpersonale richiesta sarebbe tra cinque e dieci metri.

Al momento, come confermato dal Ministro dello Sport Vincenzo Spadafora, un’ipotetica ripresa del campionato di Serie A pone una serie di condizioni di incompatibilità apparentemente insuperabile rispetto alle regole attualmente suggerite dalle autorità sanitarie. Paesi come la Francia e l’Olanda hanno dichiarato conclusa la stagione di calcio.

Gli sport che comportano rischi ridotti

“Tutti gli sport di squadra o di contatto presentano coefficienti medio-alti di rischio”, ha spiegato Guido Saracco, Rettore del Politecnico di Torino, in un’intervista al Corriere dello Sport. Il discorso cambia per gli sport in cui è già prevista una certa distanza per regolamento e tipologia stessa del gioco. Hanno coefficienti di rischio minori sport come l’arrampicata, la vela individuale, la ginnastica artistica. Ci sono poi sport individuali come la boxe o il judo che comportano invece fattori di rischio comunque elevati per via del contatto necessario tra gli atleti. Sport sia di squadra che di contatto, come il rugby, rappresentano casi ancora più problematici.

Leggi anche: Tebas: “È più rischioso riprendere attività in fabbrica che giocare a porte chiuse”

Per il tennis le valutazioni dei coefficienti di rischio possono variare molto a seconda della circostanza di gioco. Con entrambi gli atleti a rete, per esempio, sono ragionevolmente più alti. E chiaramente i match di singolare hanno rischi inferiori rispetto a quelli di doppio.

Il caso del golf

Soprattutto negli Stati Uniti, dove è uno sport più popolare che in Europa, il golf ha alimentato un dibattito piuttosto vivace riguardo ai suoi margini di praticabilità in tempi di pandemia. Nello stato del Nevada il governatore Steve Sisolak ha recentemente ordinato la chiusura di tutte le strutture sportive, inclusi tutti i campi da golf. Decisioni simili sono state prese anche in California, Maryland, Hawaii, New Jersey e altri paesi, ma non tutti.

“Penso che un adeguato distanziamento sociale sia compatibile con il golf”, ha detto al Wall Street Journal Amesh Adalja, consulente dell’autorevole Johns Hopkins Center for Health Security. “Se le persone mantengono le distanze e non toccano superfici comuni credo che il golf sia uno sport sicuro da praticare”, ha concluso.

Il protocollo da seguire sarebbe soltanto leggermente diverso rispetto a quello abituale. I golfisti dovrebbero evitare strette di mano, lasciare le bandierine nelle buche e usare un mezzo ciascuno per gli spostamenti lungo i campi.

I rischi in generale

Il rischio di contagio vale non soltanto per gli atleti ma anche per gli addetti in generale e per tutte le persone che prendono parte agli eventi sportivi. Le autorità che governano il campionato di calcio tedesco stimano, per esempio, che sia necessaria la compresenza di un minimo di 239 persone per disputare una partita a porte chiuse. Per il cricket, uno sport molto popolare nel Regno Unito, la stima fatta dalla Federazione nazionale inglese è di un minimo di 200-300 persone per un incontro di livello internazionale.

Secondo Niki Popper, studioso di modelli predittivi di contagio all’Università tecnica di Vienna, la ripresa degli sport a porte aperte sarà un problema fino a quando non sarà raggiunta un’immunità di gregge. “Ogni singola persona infetta in un contesto di questo tipo potrebbe poi causare nuove infezioni difficilmente rintracciabili”, ha spiegato Popper al Telegraph.

“Prevedo che qualsiasi futuro allentamento delle attuali restrizioni sarà di tipo progressivo”, sostiene Richard Bradbury, microbiologo alla Federation University Australia, a Melbourne. Secondo lui la partecipazione di pubblico sarà prima ammessa per gruppi da 50, poi da 100, poi 500 persone. E ciascuna fase durerà almeno due settimane, per permettere di monitorare gli indici di contagio relativi a ciascuna estensione del numero di persone ammesse all’evento.

“La domanda non dovrebbe essere quando potremo vedere eventi sportivi dal vivo ma quale prezzo dovremo essere disposti a pagare per questo. Se la politica allentasse tutte le misure i campionati potrebbero cominciare anche domani, ma a che prezzo?”, conclude Popper.

Per rimanere sempre aggiornato sui contenuti di questo sito e di queste pagine iscriviti al canale Telegram.