Lutz Eigendorf, la DDR e la caduta del Muro di Berlino

La caduta del Muro di Berlino Eigendorf

Dalla lunga storia della caduta del Muro di Berlino, di cui ricorre oggi il trentesimo anniversario, sono proliferate nel tempo molteplici storie laterali e minori. Ciascuna di essa rappresenta in scala ridotta ciò che la divisione ha comportato per intere famiglie e per un intero paese, oltre che per due distanti continenti. Tra le tante storie di calcio e di sport ce n’è una dal valore altamente simbolico e riguarda Lutz Eigendorf, un apprezzato mediano della Dinamo Berlino, la più famosa squadra della Germania Est all’inizio degli anni Ottanta e ben prima della caduta del Muro di Berlino.

Eigendorf giocò per la Dinamo negli anni dei maggiori successi del club, campione in DDR-Oberliga – il campionato tedesco orientale – dal 1978 al 1988. Ma proprio all’inizio di quella lunga serie di successi fece una scelta clamorosa, quella per cui viene ricordato ancora oggi e che cambiò per sempre la sua vita. A marzo del 1979, durante una sosta della squadra a Gießen dopo una partita amichevole tra la Dinamo Berlino e il Kaiserslautern, squadra della Germania Ovest che militava in Bundesliga, Eigendorf non tornò a casa con i suoi compagni.

La scelta di Eigendorf, che era sotto contratto con la Dinamo Berlino, generò grande imbarazzo al club, la cui proprietà faceva direttamente capo alla Stasi, la polizia segreta della Germania Est. In cerca di un’esistenza migliore e più gratificante per sé, Eigendorf lasciò non soltanto il club per cui giocava ma anche moglie e figlia in Germania dell’Est. Fu abbastanza facile per la Stasi e per il suo capo Erich Mielke far passare la scelta di Eigendorf per un biasimevole tradimento della patria e della famiglia. Quello che Eigendorf forse non immaginava è che nei suoi confronti, come emerse anni dopo la caduta del Muro di Berlino, fu in seguito avviata un’intensa attività di spionaggio da parte della Stasi.

La vita in Germania dell’Ovest

Nel 1980, dopo una lunga squalifica inflitta dall’UEFA, Eigendorf firmò un contratto con il Kaiserslautern, proprio l’ultima squadra contro cui aveva giocato indossando la maglia della Dinamo Berlino. Ci rimase per due stagioni, in cui segnò sette gol in 53 presenze, e il Kaiserslautern arrivò quarto in Bundesliga due volte di fila. Poi nel 1982 passò all’Eintracht Braunschweig, squadra di metà classifica della Bassa Sassonia, con minori ambizioni e risorse rispetto al Kaiserslautern.

Il 7 marzo 1983, quattro anni dopo la sua fuga in Germania dell’Ovest, Eigendorf morì a seguito delle ferite riportate due giorni prima, quando alla guida della sua Alfa Romeo GTV 6 si schiantò contro un albero. Era stato visto l’ultima volta poco prima, in un pub a Braunschweig, e il suo tasso alcolemico risultò poi di molto superiore ai limiti stabiliti dalla legge. La sua morte fu dichiarata una conseguenza dell’incidente stradale, determinato da guida in stato di ebbrezza. Non fu disposta alcuna autopsia sul suo corpo, né alcun esame forense sulla macchina dopo l’incidente. Aveva 26 anni.

Poche settimane prima, su un canale della tv di stato tedesca (ARD), Eigendorf era stato intervistato e aveva parlato del prestigio della Bundesliga e del fascino esercitato da quella competizione su tutti i giocatori della Germania dell’Est, di fatto costretti a giocare in un campionato di basso livello.

Le ipotesi dopo la caduta del Muro di Berlino

Fu solo in seguito alla caduta del Muro di Berlino, nel 1989, che molti documenti segreti della Stasi furono resi pubblici. Da alcuni di questi emersero prove sufficienti ad alimentare il sospetto che la morte di Eigendorf, spiato dalla Stasi fin dai tempi della sua fuga, potesse non essere stato un incidente. Diversi testimoni dichiararono che la sera dell’incidente Eigendorf non fece nulla di diverso rispetto alla sua routine, di ritorno a casa, e che i livelli di alcol riscontrati nel sangue non erano compatibili con la quantità di birra da lui consumata quella sera. Durante il trasporto in ospedale ricevette alcune trasfusioni di sangue. Emersero nel tempo le ipotesi – mai neppure vagliate – che l’impianto frenante dell’auto fosse stato manipolato prima che Eigendorf si mettesse alla guida, o che addirittura qualcuno avesse sparato alle ruote della macchina in movimento.

Come dettagliatamente raccontato in un documentario del giornalista tedesco Heribert Schwan, Lutz Eigendorf fu agli occhi della Stasi ben più che un giocatore di calcio fuggito in Germania Ovest. Il suo tradimento fu clamoroso e intollerabile sotto molteplici aspetti. Mielke volle farne l’esempio vivente di cosa sarebbe dovuto accadere a un uomo colpevole di aver tradito la Germania dell’Est, e tanto più a un influente titolare della più importante e titolata squadra della DDR-Oberliga. Oltre cinquanta agenti segreti furono incaricati di seguire ogni suo spostamento, dal giorno dopo la fuga fino a quello della sua morte. In Germania dell’Est sua moglie fu indotta a divorziare da lui e a sposare poi un agente della Stasi stessa, per poter tenere traccia di qualsiasi corrispondenza tra lei e Eigendorf.

Eduardo Verdú è un giornalista spagnolo che ha scritto un libro su Eigendorf, intitolato Tutto quello che abbiamo guadagnato quando abbiamo perso ogni cosa. Verdú riflette sui tormenti personali di Eigendorf, quelli che lo afflissero ogni giorno ben più dei pedinamenti degli agenti della Stasi, e scrive:

Eigendorf era un uomo che aveva tutto, forte e affabile, e lasciò moglie e figlia per cercare una vita nuova. Fu molto coraggioso, ma dall’altra parte si sentì per sempre un traditore ad aver lasciato una moglie e una figlia così piccola.