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Zverev, una scena già vista: l’addio a Parigi è un déjà-vu

Zverev, quello che è successo ieri sul rosso di Parigi ha risvegliato uno dei ricordi più dolorosi del pubblico italiano: ecco quale.

E chi se la scorda più, quella sera di novembre. Le smorfie di dolore sul viso di Matteo Berrettini, poi quella racchetta lanciata per terra. Infine, le lacrime, lo sfogo dinanzi agli occhi attoniti di migliaia di spettatori. Il dolore che cozzava con la voglia di reagire e di farsi strada nel torneo dei maestri.

Quel momento lì, quello in cui il viceré di Wimbledon ha detto addio alle Finals, colpì in modo particolare il pubblico italiano. Vuoi perché il gran finale di stagione si giocava a Torino, vuoi perché dopo l’impresa del romano nello Slam britannico le aspettative dei tennissofili erano alle stelle.

Fatto sta che fu doloroso, vederlo piegarsi sulle ginocchia e arrendersi all’evidenza dei fatti. Alla crudeltà e al mancato tempismo di quell’infortunio che proprio non poteva arrivare in un momento peggiore. E non vi è forse sembrato, ieri, di rivivere le stesse emozioni di quella sera di novembre?

Zverev come Berrettini: quell’addio tra le lacrime

Sì, è vero, Sascha Zverev non è italiano, ma l’epilogo del suo Roland Garros è stato straziante tanto quanto quello delle Finals di Berrettini. E non c’entrano le bandiere e la fede sportiva. La sua caviglia non ha retto e le sue grida di dolore hanno gelato il pubblico che aveva affollato lo Chatrier per godersi la semifinale tra il tedesco e Rafa Nadal.

La sensazione di déjà-vu è stata inevitabile. Anche perché guarda caso c’era proprio Zverev, dall’altra parte del campo, quando le fitte agli addominali costrinsero Matteo a sventolare bandiera bianca nel primo atto del torneo dei maestri. È stato come rivivere, quindi, quel momento mai dimenticato.

Anche il numero 3 del mondo, che uscendo di scena così ha perso pure l’occasione di spodestare Djokovic dal suo trono, ha pianto. Tanto. Sia per il dolore che per la delusione. Per quell’incredibile opportunità buttata al vento. E a consolarlo, proprio come lui consolò Berrettini al Pala Alpitour, c’era il maiorchino, la cui faccia diceva tutto. Lo stesso abbraccio, la stessa commozione, lo stesso tributo del pubblico. Nadal voleva vincere, sì. Non così però. Non in questo modo crudele come crudele, purtroppo, è a volte il fato.

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