Sinner ultimo dei romantici: la più bella delle dichiarazioni

Sinner si lascia andare ad una romanticissima dichiarazione d’ “amore”: le sue parole a margine della vittoria ai quarti di finale di Umago.

Giocare a tennis non significa solo scendere in campo e prendere a pallate l’avversario. Vuol dire autogestirsi, rimanere lucidi e concentrati sino all’ultimo colpo. Significa bastare a se stessi e cercare l’ultimo barlume di razionalità, l’ultimo briciolo di forza rimasto, anche quando testa e corpo faticano a rispondere ai comandi.

Sinner
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Sulla romantica solitudine del tennista sono state scritte pagine e pagine di splendida letteratura. Quell’atleta solo contro tutti, che deve fare affidamento solo ed esclusivamente sul suo guizzo e sulla propria mente, per raggiungere l’obiettivo e per portare a casa un’altra vittoria ancora, è d’altra parte un eroe che ben si presta alla narrazione.

Tra non molto potrebbe non essere più così, però. Nella seconda parte della stagione partirà nel circuito maschile una fase sperimentale propedeutica, eventualmente, all’introduzione nel coaching in campo. Una variazione invocata da tempo, in virtù della quale allenatore e giocatore potranno finalmente comunicare durante le gare, cosa adesso severamente proibita.

Sinner non ci sta: “Non lo farei mai”

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La decisione dell’Atp ha diviso il pubblico in due. C’è chi pensa che sia un’ottima idea, ma c’è anche chi ritiene che la novità possa snaturare in qualche modo il gioco. Lo stesso Jannik Sinner sembra appoggiare questa seconda corrente di pensiero, come si evince chiaramente dalle dichiarazioni rilasciate in conferenza stampa ad Umago.

“Non andrò mai lì per 10-15 secondi – ha detto l’azzurro, interpellato sulla nuova regola – Dovrebbe essere sempre il giocatore a trovare una soluzione“. Sembra evidente che l’ipotesi del coaching non lo entusiasmi neanche un po’. E non si può dare che una lettura univoca di queste sue parole.

Sul fronte della solitudine del tennista pare proprio che Jannik sia l’ultimo dei romantici. Che in fondo gli piace e pure tanto, quella “bolla” in cui sono confinati lui e i suoi colleghi quando scocca l’ora di scendere in campo. Quando ci sei solo tu con la tua racchetta e tutto il mondo fuori.