Berrettini e lo stereotipo da cancellare: ci casca anche Panatta

Berrettini, ci si mette anche Panatta: ecco come la leggenda del tennis azzurro è inciampata nello stesso, solito, errore.

Prima il bastone, poi la carota. Adriano Panatta non le manda mica a dire. L’ex tennista non ha mai avuto peli sulla lingua e non ne ha neanche quando viene interrogato sugli eroi del tennis moderno. Non ci gira mai intorno: se c’è da elogiarli lo fa, altrimenti gliele canta come meglio può.

Berrettini
©️LaPresse

Di Matteo Berrettini parla spesso e volentieri. C’è la sua firma, d’altro canto, su una profezia, poi avveratasi, che risale a parecchi anni fa. “Tu servirai a 220 km/h” disse al romano, quando ancora non era il campione e l’animale da Slam che è poi diventato nel tempo.

La leggenda italiana del tennis ha tirato in ballo il suo “erede” anche qualche ora, nominandolo nel bel mezzo della trasmissione TV Talk, su Rai 3. E lo ha fatto dicendo qualcosa di non troppo carino sul suo conto, sebbene magari le sue intenzioni fossero buone. Sposando, cioè, uno stereotipo che sarebbe forse l’ora di sfatare.

Berrettini e quel cliché: un bello che balla come pochi

Berrettini
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“Berrettini è un bel ragazzo – ha detto Adriano Panatta – ed oltre a questo possiamo dire che gioca molto bene. Certe volte però non basta, lui è un ragazzo educato e molto per bene ma certe volte manca di cattiveria“.

La sua dichiarazione pullula di frasi trite e ritrite sul conto del viceré di Wimbledon. Sul fatto che sia un bel ragazzo siamo tutti d’accordo e non c’è neanche bisogno di sottolinearlo di continuo: lo vediamo. Ed è altrettanto vero che è educato, che è un giovane ed un tennista per bene che non perde mai il controllo. Non ha mai fatto scenate in campo come, invece, fanno purtroppo molti suoi colleghi. Non siamo però d’accordo sul fatto che manchi di cattiveria.

La storia ci insegna che Berrettini sa tirar fuori il carattere e la personalità, quando serve. Solo che non lo fa in maniera plateale come altri. Si pensi a quel “Non vi sento” urlato in campo alla fine della partita con Gael Monfils, che assicurò a Matteo l’accesso alla semifinale degli Australian Open. Ecco, in quell’occasione lì fu “cattivo” eccome. Ruggì, addirittura. Seppe tirar fuori la grinta e mettere a tacere il pubblico che gli fischiava contro senza alcuna caduta di stile. Per non parlare poi del modo, certamente poco clemente, in cui sa tirarsi fuori dalle situazioni scomode ogni volta che ci si impantana. Bello ed educato sì, quindi, ma anche tosto. E su questo, scusateci, ma non ci piove neanche un po’.