Una nazionale mediocre

Italia fuori dal Mondiale

Non la peggiore tra tutte né tantomeno la migliore. E invece occorreva esserlo, una tra le migliori, per stare davanti alla Spagna e qualificarsi per il Mondiale già al termine della fase a gruppi. Poi, agli spareggi, è finita come possono finire le partite a eliminazione diretta per qualsiasi squadra (e figurarsi per quelle meno forti): male. Servirà del tempo, per elaborare la sconfitta e la delusione, ma anche molta lucidità per comprendere i limiti individuali e collettivi di questa nazionale e provare a superarli, senza attribuire demeriti a tappeto per puro autocompiacimento.

Cosa è andato storto

La nazionale italiana di calcio non parteciperà al Mondiale per la terza volta nella sua storia, dopo le mancate qualificazioni nel 1930 e nel 1958. Per il modo in cui si è arrivati a questa situazione e per la sostanziale assenza di circostanze esterne che abbiano condizionato questo stato delle cose (come per esempio la tragedia di Superga del 1949 condizionò la storia della nazionale nel decennio a seguire), è piuttosto condivisa e diffusa l’impressione che questa volta sia la peggiore tra tutte. Proprio per la scarsissima familiarità che l’Italia ha con questo tipo di scenario, le conseguenze dirette e indirette di questa sconfitta sul piano non soltanto sportivo ma anche economico e sociale saranno probabilmente sovrastimate o sottostimate, in questi giorni. Ma certamente esistono.

Il modo più rapido per tentare di dare una spiegazione a quello che è successo è cedere alla tentazione della sintesi: l’Italia è fuori dal Mondiale perché non ha segnato neanche un gol alla Svezia, in due partite. È un’analisi corretta ma parziale. Nella valutazione complessiva dei limiti di questa nazionale, la sconfitta per 3-0 a Madrid contro la Spagna, nella partita decisiva della fase a gruppi del 2 settembre scorso, è rilevante quanto lo è stata l’eliminazione contro la Svezia. A quella partita la nazionale di Gian Piero Ventura ci è arrivata con sedici punti, al primo posto nel gruppo G insieme alla Spagna, contro la quale aveva pareggiato 1-1 nella prima partita, a ottobre 2016. È difficile immaginare che fino a quel momento si potesse fare di meglio.

Quello che è successo dopo ha stravolto tutto, compresi i giudizi sulla nazionale e sullo stesso Ventura. In poco più di due mesi una nazionale imbattuta in sei partite di qualificazione, e da alcuni ritenuta persino “promettente”, è diventata quella che resterà nella storia per non aver ottenuto la qualificazione al Mondiale. Probabilmente la verità è nel mezzo, come si dice: l’Italia oggi non è una nazionale tanto scarsa da non meritare di partecipare a un Mondiale di calcio, ma non è certamente tra le cinque o sei più forti in circolazione (e serviva esserlo, per concludere la fase a gruppi davanti alla Spagna). È una nazionale mediocre, che per evidenti e riconosciuti limiti tecnici ma anche per una serie di circostanze sfortunate – su tutte: il sorteggio dei gruppi delle qualificazioni – è forse incorsa in una pena superiore alle proprie colpe, se di colpe si può parlare.

La disastrosa gestione delle due partite contro la Svezia

Una volta destinata allo scenario spiacevole ma forse inevitabile degli spareggi, la nazionale – molti tra i calciatori, e certamente il suo commissario tecnico – ha poi sbagliato tutto quello che si poteva sbagliare. È un giudizio largamente condiviso, circolato tra gli addetti non soltanto il giorno dopo l’eliminazione ma già dopo la partita di andata e anche prima, dopo le deludenti e allarmanti ultime partite della fase a gruppi. Riguardo le due partite contro la Svezia la maggior parte dei commentatori concorda nel ritenere che non sia stato compiuto ogni sforzo che era lecito attendersi sul piano individuale da parte dei giocatori e soprattutto sul piano tattico da parte del commissario tecnico.

Ventura ha sbagliato formazione all’andata, e può starci, ma non ha dato l’impressione di aver imparato da quell’errore. Già dalla partita a Stoccolma si era intuito che a forza di cross dalle fasce l’Italia non l’avrebbe sfangata nemmeno giocando per una giornata intera. I difensori della Svezia sono altissimi e molto bravi nel gioco aereo, ed è una delle loro principali qualità. Inoltre quei cross arrivavano quasi sempre con la difesa avversaria perfettamente schierata, e senza sovrapposizioni sulle fasce: Candreva o Darmian, per quanto ostinati e volenterosi, non sono mai stati precisi e hanno palesato innegabili limiti di natura tecnica.

Nella partita di ritorno con la Svezia, impegnata esclusivamente a difendere, serviva un approccio diverso, e invece l’Italia si è limitata a fare ancora una volta cross dalle fasce. Il 3-5-2 ha finito per intasare le vie centrali e liberare pochissime linee di passaggio: quasi sempre erano Barzagli e Chiellini, due difensori dai piedi non educatissimi, a effettuarli per Candreva e Darmian, che poi a loro volta crossavano inutilmente.

Sulle pagine del Veggente avevamo immaginato, prima dell’inizio della partita, un 4-3-3. Quel modulo avrebbe forse permesso di concludere delle triangolazioni con più successo per vie centrali e di favorire le sovrapposizioni sulla fascia e più cross da parte dei terzini, dal fondo del campo e non dalla trequarti. E soprattutto avrebbe permesso di schierare Florenzi da terzino destro, Jorginho da centrale in un centrocampo a tre e Insigne ed El Shaarawy (o Bernardeschi) da esterni d’attacco, esattamente come giocano nei rispettivi club di appartenenza. Insigne inoltre, sfruttando le sovrapposizioni del terzino, avrebbe potuto provare spesso il tiro a rientrare di destro, cosa che al Napoli gli riesce spesso. In una partita da vincere, come anche altri hanno osservato, si poteva sacrificare un difensore (Barzagli) e mettere un attaccante in più. La scelta del 3-5-2, quella di schierare Gabbiadini e non Insigne – vada pure per quella di schierare Jorginho – erano e resteranno decisioni obiettivamente difficili da spiegare con solidi argomenti.

È l’Italia più scarsa di sempre?

È una domanda a cui è difficile dare una risposta, ammesso che sia utile. Probabilmente no, sebbene il risultato sia il peggiore di sempre. Probabilmente ci sono state in passato nazionali italiane qualificate per altri Mondiali e altri Europei tecnicamente non inferiori a questa. Ma forse nessun’altra nazionale prima di questa era riuscita ad abbinare a una serie di circostanze oggettivamente sfortunate una tale sprovvedutezza e confusione di idee nei momenti più difficili.

Per chi legge giornali sportivi seguiranno settimane, forse mesi, molto difficili da gestire e sopportare, che logoreranno la resistenza di molti agli stereotipi e ai cliché giornalistici. Si parlerà ancora di cultura dei “vivai”, si attribuiranno responsabilità alla Federazione e al suo presidente e, in generale, capiterà di percepire lo stesso insensato e un po’ infantile impulso a cercare colpevoli assoluti già riscontrabile nei titoli di alcune prime pagine di oggi.

Da dove ripartire

Una cosa che sicuramente non mancherà, visto com’è andata a finire, è il tempo. Il cosiddetto movimento calcistico italiano, qualunque cosa significhi, ha tutto il tempo di svilupparsi e rafforzarsi senza scuse per arrivare preparato alle qualificazioni del prossimo torneo rilevante, a marzo 2019 (l’inizio delle qualificazioni all’europeo di calcio del 2020), e prima ancora alla UEFA Nations League a settembre 2018. Buone ragioni per essere ottimisti se ne trovano: il campionato di Serie A, a detta di molti, è tornato quest’anno a essere uno tra i più competitivi in Europa, e nelle prime cinque squadre in classifica giocano anche calciatori italiani giovani e di talento.

La Roma è in prima posizione nel gruppo C di Champions League, davanti a due delle squadre più forti e vincenti d’Europa: il Chelsea e l’Atletico Madrid. La Juventus è in buona posizione per accedere ancora una volta agli ottavi, dopo le due finali raggiunte nelle ultime tre stagioni. L’Atalanta, assente in competizioni europee da oltre ventisei anni, è ora in prima posizione nel gruppo E di Europa League. Tutte queste squadre e altre possono ancora fornire alla nazionale italiana un numero sufficiente e ben assortito di calciatori più e meno forti che già hanno collezionato qualche presenza (Donnarumma, Zappacosta, Florenzi, Gagliardini, Insigne, Immobile, Belotti) e altri di prospettiva come Rugani, Romagnoli, Caldara, Spinazzola, Cristante, Barella, Bernardeschi, Chiesa e Berardi.

Basterebbero ad allestire una nazionale in grado quantomeno di partecipare alle future competizioni internazionali senza una paura così palpabile di rimanerne esclusa. A patto di avere una guida stabile, se possibile composta sia da un allenatore molto apprezzato e di comprovata esperienza sia da una Federazione che non abbia avversa una parte così consistente dell’opinione pubblica.