La posta (del cuore) del Veggente

Una nuova rubrica – magari fissa, magari no: dipende dalle richieste – suggerita da una domanda fuori luogo ma gradita, rivolta via email da una lettrice (o da un burlone) all’impreparata e inadeguata redazione del Veggente.

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Tiziano Vecellio, “Venere e Adone”, 1553

Messaggio:
voglio sapere se il mio ex mi ama ancora e se ritorna io lo amo molto

Patrizia

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Cara Patrizia,
è quasi sempre una questione di pause, sia in amore che nella sintassi.

In un passo molto citato del libro di Isaia, contenuto nel Tanakh (la Bibbia ebraica), il profeta scrive – secondo la traduzione latina – la frase «Vox Clamantis In Deserto Parate Viam Domini» (40, 3), comunemente tradotta in italiano: “Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore”. La prima parte della frase viene oggi generalmente usata per indicare una situazione in cui uno parla e nessuno lo ascolta. Tipo: tua madre ti dice di chiudere le imposte della finestra per evitare che sbattano a causa del vento; tu non lo fai, e le imposte sbattono per tutto il giorno, e finisce che va a chiuderle tua madre dicendo tra sé e sé «eh, io lo sapevo… vox clamantis in deserto».

Ora, il testo ebraico originale – redatto intorno al V secolo a. C., secondo l’ipotesi più accreditata – non presenta i comuni segni di interpunzione sviluppati in Europa e in gran parte delle lingue del mondo, né tantomeno presenta i segni di vocalizzazione progressivamente introdotti a Tiberiade a partire dal VII secolo d.C. Tant’è che prima che la frase «Vox Clamantis In Deserto Parate Viam Domini» venisse citata nei Vangeli (e trasmessa per come la conosciamo oggi secondo la Vulgata cristiana), la traduzione prevalente di quella frase metteva una pausa tra “Clamantis” e “In Deserto“, non tra “In Deserto” e “Parate“. E quindi la traduzione era «Voce di uno che grida: Preparate nel deserto la via del Signore» (quella voce era intesa come la voce di dio che si rivolge al profeta).

Neppure il testo di Patrizia presenta alcuni rilevanti segni di interpunzione, e questo permette due diversi possibili interpretazioni del testo e, conseguentemente, due diversi approcci al concetto di amore, per quello che ne sanno di amore al Veggente.

Versione 1: «voglio sapere se il mio ex mi ama ancora e se ritorna. io lo amo molto». Così, a naso, questa potrebbe essere la pausa più probabile secondo le intenzioni di Patrizia. Patrizia espone la propria tormentosa incertezza riguardo l’amore per lei da parte del suo ex fidanzato, e allo stesso tempo, in chiusura, ribadisce il proprio persistente amore per lui. Se abbiamo messo la pausa nel posto giusto, c’è poco da fare, Patrizia: un cospicuo giro di esperti in amore – scrittori, poeti e altri professionisti del settore – ritiene che l’amore sia quel sentimento in parte, o persino in larga parte, fondato sull’incertezza della corrispondenza di tale sentimento da parte dell’altro. Bell’affare. Comunque passa, tranquilla: ci mette più del raffreddore, ma meno dell’ebola.

Versione 2: «voglio sapere se il mio ex mi ama ancora. e se ritorna io lo amo molto». Interessante: se la pausa sta qui, il concetto di amore cambia completamente, Patrizia. Diventa anzi una specie di contrario dell’amore versione 1. Potresti in questo caso appartenere a coloro che sostengono da tempo che l’amore sia un sentimento reale esattamente e soltanto nella misura in cui riflette un sentimento corrisposto e omologo. La frase «se ritorna io lo amo molto» potrebbe intendere che se invece lui non torna, beh, allora perché mai amarlo? (“meglio non averci nulla a che fare”, cit.). In questo caso, Patrizia, sii felice e rasserenati: il tuo dubbio è soltanto una curiosità, destinata a essere rapidamente superata da altri dilemmi nella scala delle priorità quotidiane. Tipo: “che c’è per pranzo?”.
Eh. Che c’è per pranzo?

Felici di averti fatto compagnia ma spiacenti di non esserti di aiuto: siamo degli incapaci.

Un forte abbraccio.

La redazione del Veggente