La gran storia del Brentford si è fermata alla finale dei playoff

Brentford Griffin Park
Il Griffin Park, storico ex stadio del Brentford (Wikimedia Commons, ritagliata, CC BY-SA 2.0)

Ieri il Brentford ha perso a Wembley per 2-1 la finale di Championship contro il Fulham, che torna quindi in Premier League dopo soltanto un anno. La delusione per l’occasione persa non ha impedito tuttavia che nelle settimane scorse la gran storia del Brentford venisse raccontata e celebrata dagli appassionati di sport e metafore sportive.

Il Brentford F. C. è una squadra di calcio della zona ovest di Londra, poco famosa ma con una storia ultracentenaria. Gioca in Championship, la Serie B inglese, ma fino a undici anni fa era uno dei club che affollavano la quarta divisione. Nel corso degli anni ha vissuto tutto lo spettro delle emozioni calcistiche, dalla soddisfazione per le promozioni di categoria ai timori di fallimento della società. Ma è negli ultimi anni che la sua storia è diventata un caso di studio, elogiato e analizzato dai commentatori sportivi di mezzo mondo.

In molti finiscono per accostare questa parte della storia recente del Brentford al noto modello sportivo incarnato dalla squadra di baseball statunitense degli Oakland Athletics e dal loro general manager Billy Beane, modello fondato sugli studi statistici dell’analista Bill James (da cui è stato tratto il libro e il film “Moneyball”). Ma la realtà dei fatti è più complessa di questa semplificazione, secondo il presidente del club Matthew Benham.

Una squadra “minore”

Per lungo tempo il Brentford ha giocato nel suo storico stadio di casa, il Griffin Park, con una capienza di circa 12 mila persone. A partire dalla prossima stagione le sue avversarie gli faranno visita nel nuovo Brentford Community Stadium, un moderno impianto da 18 mila posti a sedere.

Brentford Griffin Park allenamento
Il Brentford durante un allenamento al Griffin Park (Geograph.org.uk, ritagliata, CC BY-SA 2.0)

Essere stati per così lungo tempo una realtà del calcio inglese quasi ignorata dal grande pubblico è stato un vantaggio, per il Brentford. Ne è convinto Billy Grant, grande appassionato del club e cofondatore del podcast e blog “Beesotted” (“Bees”, api, è il soprannome della squadra). Rimanere lontano dai riflettori ha permesso alla società di prendere a volte decisioni impopolari, se non del tutto incomprensibili dall’esterno.

Il senso di tutte le scelte e le operazioni compiute dal Brentford negli ultimi anni si può racchiudere nel concetto di massima ottimizzazione delle risorse. A salvare la società dal fallimento nel 2006 fu Matthew Benham, un giovane e intraprendente imprenditore e grande tifoso della squadra, che sei anni dopo divenne anche azionista di maggioranza. Da allora, con Benham presidente, è cominciato per il Brentford un ciclo di promozioni che confuta l’idea dominante secondo la quale per avere successo nel calcio a ogni livello siano necessarie ingenti risorse economiche.

Leggi anche: Le squadre di Champions League ancora in corsa

La storia di Matthew Benham, presidente del Brentford

Benham, oggi cinquantaduenne, è un ex scommettitore professionista, laureato in fisica a Oxford. Dopo gli studi lavorò a lungo nel mondo della finanza, fino a ricoprire la carica di vicepresidente della multinazionale Bank of America. Restò in quell’ambiente fino ai primi anni Duemila, ossia fino a quando la curiosità non lo spinse verso il settore del gioco d’azzardo britannico.

In quegli anni fondò SmartOdds, una società specializzata nello sviluppo di algoritmi e modelli predittivi applicati alle scommesse sportive. L’ispirazione di fondo era quella di permettere ai professionisti di raggiungere un successo “limitato” e sostenibile, ossia senza mai rischiare la bancarotta.

Furono queste due precedenti esperienze professionali – la finanza e il gioco d’azzardo – a infondere in Benham la voglia di cimentarsi nell’applicazione di nuovi possibili schemi di pensiero nel calcio professionistico, partendo dal basso. I primi incoraggianti riscontri ottenuti con il Brentford lo portarono in breve tempo ad acquistare nel 2014 anche il Midtjylland, squadra danese oggi nota in ambito internazionale proprio per i successi ottenuti con Benham, tra cui una clamorosa eliminazione del Manchester United ai sedicesimi di Europa League del 2016.

Fare il meglio possibile con il minimo

Nella stagione scorsa in Championship soltanto tre club avevano un budget inferiore a quello del Brentford di Benham. Il loro acquisto più costoso l’estate scorso è stato quello del centrocampista francese Bryan Mbeumo, arrivato dalla Ligue 2 e dal Troyes per circa 6 milioni di euro.

La linea del club è chiarissima: individuare giovani talenti inespressi e giocatori sottovalutati, quasi mai maggiori di 23 anni, e fare indagini mirate per apprenderne la personalità e prevederne la possibile integrazione nella squadra. Per individuare i profili il Brentford oggi fa uso di modelli statistici elaborati e molto specifici, perfezionati in modo da far emergere le zone critiche delle statistiche della squadra e apprendere dai precedenti errori. Ma all’inizio i trasferimenti erano guidati da pratiche molto più artigianali, ancorché molto efficaci.

Nei suoi personali approfondimenti sui calciatori da acquistare Benham era solito mettersi in contatto telefonico con i tifosi della squadra in cui quei calciatori giocavano. In quel modo cercava di apprendere più informazioni possibile, e la stessa cosa faceva per gli allenatori. Quando nell’estate del 2015 il Brentford assunse l’olandese Marinus Dijkhuizen Benham aveva fatto ricerche sui social informandosi anche dai tifosi dell’Excelsior, la squadra allenata fino a quel momento da Dijkhuizen.

L’esperienza con il Midtjylland

Subito dopo aver acquistato il Midtjylland, nel 2014, Benham affidò la squadra a un giovane ex consulente aziendale, Rasmus Ankersen. Oggi Ankersen è sia presidente del Midtjylland che co-direttore sportivo nel Brentford. I rapporti tra lui e Benham risalgono ai tempi di SmartOdds, la società di sviluppo dei modelli predittivi per le scommesse sportive. E proprio applicando quei principi al calcio danese riuscirono a portare il Midtjylland alla vittoria del titolo già nel 2015.

I modelli statistici utilizzati da Ankersen, per usare le sue parole, miravano alle “inefficienze” del calcio. Includevano già i cosiddetti expected goals ed expected assists, ossia una stima attendibile e dettagliata della quantità di gol e di assist. Ma si tenevano in gran conto anche statistiche relative, per esempio, ai calci piazzati. Al Midtjylland si concentrarono proprio su questo aspetto, e la stagione 2014-2015 la conclusero con 25 gol segnati su calcio piazzato (14 in più della seconda squadra in questa particolare classifica).

Benham e Ankersen introdussero anche la cosiddetta “classifica aggiustata”, ossia una classifica stilata in base alle reali posizioni delle squadre se si escludono dai calcoli tutti gli aspetti legati a eventi casuali, sia fortunati che sfortunati. Un esempio citato spesso da Ankersen è il Newcastle della stagione 2011-2012 di Premier League, che concluse il campionato in quinta posizione. Secondo la “classifica aggiustata” sarebbe dovuto finire molto ma molto più in basso. La stagione seguente il Newcastle la concluse in sedicesima posizione.

Il modello Dick Fosbury più che Moneyball

Il modello del Brentford è stato spesso accostato a quello del baseball raccontato in “Moneyball”, il libro e il film sugli Oakland Athletics di Billy Beane, general manager della squadra. Beane fu il primo nella Major League Baseball ad applicare gli studi dell’analista Bill James sulla “sabermetrica”, l’analisi del baseball attraverso le statistiche. Ankersen tende in genere a rifiutare questo parallelismo, quando ne legge in giro a proposito del suo lavoro con Benham nel Brentford.

Brentford
Brentford-Newcastle, al Griffin Park, il 14 gennaio 2017 (Flickr.com, ritagliata, CC BY-SA 2.0)

Secondo Ankersen “Moneyball” è ormai diventata per molti una citazione un po’ pigra e spesso fraintesa, che porta le persone a credere che sia soltanto questione di applicare a un determinato sport la statistica in senso lato. Ma “Moneyball” è una cosa molto più complessa, secondo Ankersen. “Non si tratta di usare statistiche vecchie e note da tempo, è questione di statistica intesa come esercizio scientifico e rigoroso per scovare quelle che possono davvero aiutare a prevedere le cose”, sintetizza lui.

Un’immagine appropriata per descrivere la situazione del Brentford, secondo Ankersen, è quella di Davide contro Golia. Le squadre che non hanno le risorse per competere con i top club devono inventarsi qualcosa di completamente diverso per batterli. L’archetipo di modello di innovazione secondo lui è Dick Fosbury, specialista olimpico di salto in alto che stravolse la storia della sua disciplina nel 1968, anno in cui vinse la medaglia d’oro ai Giochi olimpici di Città del Messico.

Fosbury fu il primo a saltare dando le spalle all’asticella, e nel farlo inventò il cosiddetto stile Fosbury, poi utilizzato da qualsiasi atleta negli anni a venire. Oggi è il movimento più comune e scontato da vedere in questo sport olimpico. Nel 1968 diede grossi grattacapi ai giudici già soltanto cercare di capire se fosse ammesso dal regolamento sportivo oppure no.

La politica delle giovanili del Brentford

Un altro degli aspetti piuttosto atipici nella gestione sportiva di Benham e Ankersen, specialmente in anni recenti, è stato il settore delle giovanili. Al Brentford il modello spagnolo della cantera, quello dei giovani talenti cresciuti “in casa”, è sostanzialmente rifiutato. Anziché sviluppare un settore delle giovanili destinato a essere saccheggiato dai pesci grossi, disposti a offrire più soldi, il Brentford ha messo in piedi una sorta di squadra B.

In questa seconda squadra viene data una seconda possibilità a molti giovani “scartati” dalle squadre più in alto nella catena alimentare. A seconda delle loro prestazioni in questo “laboratorio” il Brentford decide poi se promuoverli in prima squadra o rivenderli. L’idea è quella di usare le squadre avversarie come alleati involontari piuttosto che come nemici.

Un esempio tipico è quello del difensore gallese Chris Mepham, scartato dal Chelsea quando aveva quattordici anni. Il Brentford lo riprese, lo fece giocare nella squadra B per poi rivenderlo al Bournemouth all’inizio del 2019 per circa 13,5 milioni di euro. Alla fine di quella stagione il centrocampista nevisiano titolare Romaine Sawyers fu ceduto al West Bromwich e rimpiazzato con l’inglese Josh Dasilva, ventenne promosso dalla squadra B e arrivato gratuitamente dall’Arsenal un anno prima.

Questa politica, insieme alle altre caratteristiche manageriali del club, ha permesso al Brentford negli ultimi dieci anni di spendere complessivamente poco meno di 70 milioni di euro per gli acquisti di calciomercato e di recuperarne 144 in cessioni.

Per qualsiasi segnalazione, dubbio o chiarimento scrivere all’indirizzo redazione@ilveggente.it